Il linguaggio della non verità
A sentirli parlare, sembrano dei sacerdoti chiamati dall’ordine giudiziario ad amministrare la verità nient’altro che la verità. E se gli contesti un’iniziativa azzardata, come l’inchiesta sulla trattativa tra mafia e stato – un’inchiesta senza prove, senza movente e senza fattispecie di reato – ti rispondono che ogni passo, anche quello più estremo, va fatto perché il paese ha il diritto di conoscere la verità, costi quel che costi, perché senza verità non c’è legalità e un paese illegale non avrà mai un futuro. Leggi Giugno 2012, attacco al Quirinale di Salvatore Merlo
13 AGO 20

A sentirli parlare, sembrano dei sacerdoti chiamati dall’ordine giudiziario ad amministrare la verità nient’altro che la verità. E se gli contesti un’iniziativa azzardata, come l’inchiesta sulla trattativa tra mafia e stato – un’inchiesta senza prove, senza movente e senza fattispecie di reato – ti rispondono che ogni passo, anche quello più estremo, va fatto perché il paese ha il diritto di conoscere la verità, costi quel che costi, perché senza verità non c’è legalità e un paese illegale non avrà mai un futuro. E’ una sorta di teologia quella che vanno predicando i magistrati della procura di Palermo, da Antonio Ingroia a Nino Di Matteo; e se li vedi in televisione, o nei comizi, puoi anche avere la sensazione che loro maneggiano il sacro principio della Verità con la stessa devozione con la quale il celebrante tiene in mano l’Eucaristia. Ma è un’illusione. Perché se chiedi a uno di loro di dire come stanno veramente le cose su una questione estremamente imbarazzante, come le intercettazioni a carico del presidente della Repubblica, il linguaggio si fa immediatamente equivoco, ambiguo, sfuggente, insinuante, allusivo. Tu, data la loro teologia della Verità, ti aspetteresti una risposta in linea con il comandamento riportato nel Vangelo di Matteo, “sia il vostro parlare sì sì, no no: il resto è del demonio”. Invece ti ritrovi una risposta improntata al comandamento tutto palermitano del dire e del non dire, del tirare il sasso e nascondere all’un tempo la manina. O la manona.
Per averne conferma, basta leggere il passaggio centrale di una intervista rilasciata da Nino Di Matteo, l’uomo forte dell’inchiesta pilotata da Ingroia, ad Alessandra Ziniti, di Repubblica. Quando la giornalista gli chiede se esistano o no le intercettazioni che riguardano direttamente Napolitano, l’uomo che si dice sempre e comunque al servizio della Verità risponde testualmente così: “Negli atti depositati non c’è traccia di conversazioni del Capo dello Stato e questo significa che non sono minimamente rilevanti”. Poteva dire sì come poteva dire no. Invece ha preferito cavarsela con l’arte del dire e del non dire. Un’arte raffinatissima. Infatti, quando la Ziniti, con la successiva domanda, gli chiede quali conversazioni verranno distrutte, lui risponde con una banalità dentro la quale chiunque, a cominciare da Napolitano, può leggere in filigrana ciò che vuole. “Quelle che dovranno essere distrutte con l’instaurazione di un procedimento davanti al gip saranno distrutte, quelle che riguardano altri fatti da sviluppare saranno utilizzate in altri procedimenti”.
A quale delle due categorie appartengono le intercettazioni che hanno intrappolato la voce di Giorgio Napolitano? Il Quirinale si prepari. La Verità, a Palermo, è un pozzo senza fondo dove anche l’acqua più limpida s’annera.
A quale delle due categorie appartengono le intercettazioni che hanno intrappolato la voce di Giorgio Napolitano? Il Quirinale si prepari. La Verità, a Palermo, è un pozzo senza fondo dove anche l’acqua più limpida s’annera.
Leggi Giugno 2012, attacco al Quirinale di Salvatore Merlo